Il lavoro, le crisi e il fallimento dei Cpi

Il lavoro, le crisi e il fallimento dei Cpi.

Burgo. Sertubi. Principe. Flextronics. Adesso, Wartsila. Senza dimenticare la Ferriera, pur con le sue peculiarità, e altri focolai più o meno piccoli.
In questi anni, Trieste sta assistendo a un allarmante processo di deindustrializzazione e di crisi del sistema produttivo ed economico. Sarebbe troppo comodo e intellettualmente disonesto trovare nella pandemia il capro espiatorio. La verità è che Trieste ha il dovere di proiettarsi verso un nuovo orizzonte recuperando una vocazione industriale che sappia valorizzare gli asset del territorio.

Occorre voltare pagina, aprendosi a nuove fasi fortemente improntate all’innovazione e all’industria digitale.

C’è un grande tema legato al quadro triestino e, allargando il compasso, al tema del lavoro.

È doveroso prendere atto del fallimento dei Centri per l’Impiego. Su 100 persone che cercano occupazione, solo 7 trovano risposte dai Cpi, spesso per lavori a tempo determinato con retribuzioni basse. Le imprese, quando cercano profili professionali, raramente prendono in considerazione i Cpi, al netto delle vetrine del modello recruiting day.

In questi anni, la politica ha iniettato di liquidi il sistema dei Centri per l’Impiego, investendo vagonate di milioni per il rifacimento delle sedi e per l’ampliamento degli organici. Il Friuli Venezia Giulia ha attinto abbondantemente dalle casse statali per potenziare i Cpi. La domanda è: con quali risultati? Sono, forse, i Cpi più competitivi e concorrenziali? Erogano un servizio di qualità? È vero che gli unici profili professionali cui trovano risposta sono quelli poco qualificati, mentre non esistono risposte adeguate per laureati o persone con alte specializzazioni?

La proposta è molto semplice: servono figure che facciano da raccordo tra imprese e servizi pubblici per il lavoro. Figure professionali altamente specializzate, avvezze a guadagnare uno stipendio in base ai risultati, non semplicemente in ragione di un contratto blindato. Quello dei navigator era un fallimento annunciato: la politica, ancora una volta, non ha creato figure professionali per aumentare la competitività di un servizio, ma per consentire nuove assunzioni legate al consenso elettorale. I navigator sono stati inghiottiti rapidamente dal mare di incertezza, caos e inettitudine creato dall’assenza di visione della classe politica.

Per come sono impostati, i Cpi non funzionano e non funzioneranno, salvo qualche raro caso.

Continuare a pomparli di milioni di euro a cosa serve? A lavarsi la coscienza? Serve una svolta: il pubblico deve trovare un accordo con soggetti privati per dare una guida lineare e improntata al merito per i Cpi.

Il pubblico può dare un contributo? Si e anche molto importante. Ma serve una nuova governance, serve gente che conosca realmente il mercato del lavoro, perché non basta leggere i manuali per capire le dinamiche del mondo reale. La teoria va bene ma serve, inevitabilmente, la pratica.


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