Ci sono dati che durano il tempo di una notizia e altri che invece obbligano una città a guardarsi dentro. Il riconoscimento del Sole 24 Ore, letto in anteprima su RaiNews.it, che vede Trieste al primo posto in Italia per qualità della vita degli anziani appartiene certamente a questa seconda categoria e sottolinea l’impegno dell’amministrazione sul tema sociale, perché non parla soltanto di numeri o classifiche, ma racconta il modo in cui una comunità decide di vivere sé stessa. In un Paese che cambia rapidamente, dove aumentano le fragilità sociali, la solitudine e le difficoltà economiche, sapere che Trieste emerge per qualità dei servizi, reti sociali, prossimità territoriale e capacità di cura significa riconoscere che qui esiste ancora un tessuto umano che resiste all’individualismo e alla frammentazione. Ed è forse proprio questo il punto più importante.
Una città non diventa vivibile semplicemente grazie alle infrastrutture o agli indicatori economici. Diventa vivibile quando riesce a mantenere relazioni, quando i rioni continuano ad avere una loro anima, quando le persone non vengono lasciate sole nei momenti di difficoltà e quando le istituzioni riescono ad essere presenti non soltanto amministrativamente, ma anche umanamente. Trieste, con tutte le sue contraddizioni, conserva ancora questa capacità. Una dimensione quasi europea nel modo di concepire il welfare urbano, la prossimità e la qualità della vita. E credo che questo risultato debba essere letto anche come il frutto del lavoro quotidiano di tantissime realtà associative, sociali, sanitarie e istituzionali che spesso operano nel silenzio, ma che rappresentano il vero collante della nostra comunità.
Nel mio piccolo, anche il mio impegno politico e istituzionale nasce da questa idea: creare rete. Mettere in connessione persone, istituzioni, associazioni, giovani, realtà territoriali e mondi diversi che troppo spesso rischiano di parlarsi poco. Perché oggi amministrare una città non significa soltanto gestire procedure o approvare delibere, ma costruire legami sociali capaci di rendere una comunità più forte, più inclusiva e più umana. Il dato del Sole 24 Ore assume un significato ancora più profondo. Perché se Trieste riesce ad essere un luogo nel quale gli anziani vivono bene, allora vuol dire che esiste ancora una cultura della cura, del rispetto e della prossimità. Una cultura che però ora deve essere rafforzata e proiettata verso il futuro.
La vera sfida dei prossimi anni sarà infatti riuscire a trasformare questa qualità della vita in un modello capace di trattenere anche i giovani, sostenere le famiglie, creare opportunità e ridare fiducia ad una generazione che troppo spesso vive precarietà, isolamento e incertezza. Una città che sa prendersi cura dei suoi anziani dimostra di avere memoria. Una città che riesce anche a dare prospettive ai giovani dimostra invece di avere visione. Trieste deve continuare ad avere entrambe.
Mirko Martini Consigliere comunale

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